
TOYAKO (GIAPPONE) - Cina e India guidano l'opposizione dei paesi emergenti alla proposta degli otto paesi più industrializzati a ridurre del 50% le emissioni nocive entro il 2050. E, in qualche modo, gli emergenti la spuntano perché la "dichiarazione congiunta" al termine della terza giornata del vertice di Toyako si limita a un impegno più generico del previsto, senza cifre e date precise come, invece, si poteva sperare ieri. All'incontro hanno partecipato i leaders del G8 (Usa, Russia, Francia, Germania, Italia, Giappone, Canada, Gb) e quelli di Cina, India, Brasile, Messico, Sudafrica, Australia, Indonesia e Corea del Sud per discutere come combattere l'effetto serra. Un "otto più otto", dunque che, però, sembra aver partorito un "topolino" ambientale.
La dichiarazione sottolinea come "i cambiamenti climatici siano una delle grandi sfide globali della nostra era". Per questo, prosegue la nota, "siamo determinati a combattere i cambiamenti climatici con le nostre comuni, ma diverse responsabilità e le rispettive capacità". Nella dichiarazione si riconosce inoltre "l'ampiezza e l'urgenza della sfida" e si sottolinea la volontà di "continuare a lavorare insieme" per rafforzare la convenzione di Bali" e di adottare ulteriori decisioni alla prossima convenzione di Copenaghen del novembre 2009, che dovrà delineare il post-Kyoto.
Le maggiori economie mondiali "appoggiano una visione condivisa per una azione comune di lungo termine, incluso l'obiettivo di lungo termine della riduzione di emissioni, che assicuri crescita e prosperità".
I Paesi emergenti sottolineano, però, che la possibilità di raggiungere questi obiettivi di lungo termine dipende anche da "tecnologie economiche, nuove, innovative e più avanzate".
Dopo aver sottolineato che gli Otto grandi "lavoreranno per raggiungere ampli obiettivi di medio termine con lo scopo di raggiunge una forte riduzione delle emissioni e un primo stop della crescita delle emissioni il più presto possibile", si ricorda che "la cooperazione tecnologica con il trasferimento di conoscenze alle potenze emergenti è vitale".
Naturalmente nel documento si riconosce che uno sforzo di queste dimensioni per abbattere le emissioni "richiederà una più grande mobilitazione di risorse finanziarie sia nazionali che internazionali".
Corriere della Sera, 09/07/2008
È un telo bianco a due strati, con una funzione simile a quello comune che si mette sull'asse per stirare: isolante. Ma questo, steso su 150 metri quadrati nel cuore del ghiacciaio Dosdè, in Alta Valtellina, dovrà tenere caldo e raggi ultravioletti lontano dallo strato nevoso (ora alto 180 centimetri) e dal «ghiaccio di ghiacciaio » sottostante (nella parte centrale del Dosdè spesso oltre 50 metri). Le attese per settembre, quando sarà rimosso il telo geotessile candido (ancorato a 36 massi rocciosi perché quassù il vento arriva a 140 all'ora), sono di risparmiare 193,8 metri cubi di acqua.
Certo è una lacrima rispetto ai 171 milioni di metri cubi d'acqua persi dai soli ghiacciai lombardi nel caldissimo 2003 e anche rispetto al milione di metri cubi che il Dosdè rilascia ogni 12 mesi. Però questo è il primo intervento di protezione attiva di un ghiacciaio attuato in Italia, diverso dai sistemi di conservazione della neve messi a punto per «salvare» lo sci estivo in Svizzera, Austria e anche sul ghiacciaio Presena, fra Lombardia e Trentino. È stato realizzato dall'Università degli Studi di Milano con la collaborazione della Provincia di Sondrio e del Comune di Valdidentro e dell'«altissima, purissima, Levissima» che proprio nel gruppo Dosdè-Piazzi ha le sue sorgenti. Alla presentazione oltre a esperti di diversi Paesi, c'era anche Reinhold Messner, re degli Ottomila. «Purtroppo — ha detto — i ghiacciai si scioglieranno comunque, e neppure la politica, neppure il protocollo di Kyoto fermeranno questo processo. Speriamo che la natura faccia il suo corso: e magari tra qualche secolo i ghiacciai torneranno».
Certo, nessuno sogna di impacchettare l'arco alpino tutte le estati per conservare le cime bianche. Però, forse, si può riuscire a frenarne lo scioglimento con una spesa non impossibile (il geotessile steso tra i 2750 e i 2850 metri costa 700 euro): nel gruppo Dosdè Piazzi sono andati persi 170 mila metri quadrati di superficie glaciale negli anni dal '92 al 2003. Così la squadra di studiosi e tecnici guidata dal professor Carlo Smiraglia e da Guglielimina Diolaiuti della Statale— che sono anche presidente e componente del Comitato glaciologico italiano — ha iniziato il suo lavoro già nell'estate 2007, piazzando sul Dosdè una stazione meteorologica automatica che ogni 10 minuti registra la temperatura dell'aria ed i flussi energetici in entrata e uscita alla superficie del ghiaccio. «Perché — spiegano — superfici come roccia e asfalto rimettono il calore con un'onda termica, e dopo una giornata di sole, durante la notte, tornano freddi. Il ghiaccio no: resta sempre a zero gradi ed usa l'energia in più per fondere». L'Ice Protector 500 «bianco puro» è stato scelto dopo un confronto fra oltre 40 tipi di materiale. Pesa 500 grammi al metro quadrato e ha uno spessore di 0,4 centimetri: fra i due strati che lo compongono si forma un cuscinetto d'aria isolante. E se funzionerà, l'estate prossima sarà steso su un'altra fetta di ghiacciaio.
Corriere della Sera, 20/06/2008
WELLINGTON - Uno dei motivi per cui la Nuova Zelanda è una terra quasi vergine è semplice: l'uomo l'ha scoperta tardi. E per uomo non si intende in questo caso un uomo occidentale (il primo della serie fu l'olandese Abel Tasman nel 1642), ma un uomo tout court. Nella fattispecie il primo uomo che è sbarcato sull'arcipelago fu un maori, ma la scoperta della nuova terra avvenne solo intorno al 1300 dopo Cristo. Questo il risultato di uno studio durato cinque anni e condotto da una squadra di ricerca internazionale capeggiata dalla dottoressa Janet Wilmshurst, che smentisce le conclusioni precedentemente raggiunte da un analogo studio pubblicato su Nature nel 1996 che datava l'arrivo dell'uomo in Nuova Zelanda al 200 avanti Cristo. Lo studio è stato pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences.
UOMINI E TOPI - Al centro dell'indagine investigativa sull'avvento degli esseri umani c'è il topo del Pacifico (Rattus exulans), roditore non indigeno dell'arcipelago e probabilmente insediatosi nell'isola a 2 mila chilometri a sud dell'Australia, approfittando di un passaggio a bordo delle canoe maori. I ricercatori hanno analizzato alcuni resti fossili con il metodo del carbonio 14 e hanno scoperto che i resti più antichi del topo del Pacifico e dei semi mangiucchiati da questo roditore non risalgano a prima del 1280. Le conclusioni dello studio confermano la tradizione orale maori che indica nel periodo intorno al 1300 la scoperta delle isole.
SPECIE INVASIVE - Doveva essere un vero paradiso terrestre la Nuova Zelanda deserta dagli umani e dai topi. E in parte lo è ancora – grazie anche alla bassissima densità di popolazione – anche se da quando un piede umano ha toccato il suolo neozelandese sono iniziati i problemi per il territorio. Anche perché con gli uomini arrivarono anche i primi animali da allevamento e domestici e le prime piante d'importazione. Flora e fauna indigene, con caratteristiche uniche sul pianeta tra cui l'assenza totale di predatori, sono state da allora pesantemente minacciate, con l'estinzione di specie autoctone come i molti uccelli sterminati dai mammiferi importati. L'emergenza che attualmente flagella l'ecosistema neozelandese è quella degli opossum: importati dagli anglosassoni nella speranza di alimentare la nascente industria delle pellicce e poi scappati dai recinti, si sono riprodotti in quantità preoccupante (oggi se ne contano 70 milioni di esemplari), hanno già contribuito all'estinzione di 1.300 specie di uccelli e minacciano pure l'animale totem delle isole, il kiwi. Ora la campagna di sterminio dell'opossum invasore è in corso, ma ripristinare l'equilibrio faunistico non è semplice una volta che lo si è alterato. All'ecosistema dell'isola sarebbe andata meglio se le canoe dei maori prima, e le imbarcazioni degli olandesi poi, si fossero perse per altre rotte.
Sparisce nel nulla una montagna di rifiuti speciali alta poco meno di 2000 metri, Cosa nostra entra a pieno titolo nella gestione del ciclo dei rifiuti, emerge la multifunzionalità del clan dei Casalesi, capace di spaziare dal ciclo del cemento a quello dell'immondizia, dall'agricoltura al racket degli animali. E' così che la Campania si piazza al primo posto nella classifica delle illegalità contenuta nel rapporto Ecomafia 2008, il documento annuale di Legambiente. In primo piano il problema rifiuti: "Aumentano i reati, le persone denunciate, i sequestri e i clan: nel 2007 tutti i numeri dell'illegalità ambientale in Italia - si legge - crescono in maniera preoccupante. In particolare gli incendi boschivi dolosi e gli illeciti accertati nei cicli del cemento e dei rifiuti".
La classifica. Al secondo posto dopo la Campania, nella classifica, c'è la Calabria. Nelle due regioni si concentra il 30% degli illeciti registrati in tutta Italia. Al terzo posto la Puglia, seguita da Lazio e Sicilia. La prima regione del Nord come numero di infrazioni è la Liguria. Alla dimensione globale dell'ecomafia è dedicata un'ampia sezione del rapporto: dall'Italia escono rifiuti verso Hong Kong, la Tunisia, il Pakistan, il Senegal, la Cina, e, invece, entrano dalla Croazia, dalla Serbia, dall'Albania.
83 reati al giorno. Il bilancio del 2007 è di 83 reati contro l'ambiente al giorno, oltre 3 reati ogni ora. Gli illeciti accertati dalle forze dell'ordine nel corso del 2007 sono stati oltre 30mila, il 27,3% in più rispetto al 2006; le persone denunciate poco più di 22mila, con un incremento del 9,7%; i sequestri effettuati oltre novemila (+19% rispetto al 2006).
Illegalità nel ciclo rifiuti. Per illegalità nel ciclo dell'immondizia è sempre in testa la Campania. Lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, spesso di provenienza extraregionale, si somma alla gestione commissariale di quelli urbani. Un balzo in avanti per il Veneto, al secondo posto (era sesto lo scorso anno) il che conferma lo spostamento verso nord del baricentro di questi traffici, non solo come zona di procacciamento degli scarti industriali smaltiti illegalmente nelle regioni centrali e meridionali d'Italia, ma anche come sito finale. La Puglia si mantiene al terzo posto e il foggiano si conferma una terra dove si scaricano illegalmente, nei terreni agricoli, i rifiuti prodotti dal centro-nord, scorie sempre più spesso spacciate per compost.
Un sistema ecocriminale. "Le ecomafie gestiscono nel nostro Paese un vero e proprio sistema eco-criminale, flessibile e diversificato, al quale dobbiamo contrapporne uno legale ed eco-sostenibile - commenta Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente - rilanciamo la proposta di introdurre i delitti contro l'ambiente nel Codice penale, per punire chi avvelena l'aria che respiriamo, inquina l'acqua, saccheggia il territorio, minaccia la nostra salute, penalizza le imprese pulite. Esistono proposte di legge condivise e un quadro di riferimento comunitario sostanzialmente definito. Servono la volontà politica e il tempo per farlo, due condizioni che ci auguriamo siano soddisfatte in questa legislatura".
Il fatto positivo. Qualcosa di positivo si registra. Il fatturato dell'ecomafia indica un'inversione di tendenza. Diminuisce il giro d'affari relativo sia alla gestione illecita dei rifiuti, sia all'abusivismo edilizio (meno 1,4 miliardi di euro nel primo caso; circa 136 milioni di euro in meno per il mattone illegale). Una contrazione da attribuire all'efficacia dell'attività di prevenzione e repressione delle forze dell'ordine, in particolare dal Comando tutela ambiente dei Carabinieri e dal Corpo forestale.
Il ciclo illegale del cemento. Cresce il numero d'infrazioni (7.978, +13% rispetto al 2006), quello delle persone denunciate (10.074) e dei sequestri (2.240). Quanto all'abusivismo edilizio, le stime del Cresme parlano per il 2007 di 28mila case costruite illegalmente contro le 30mila del 2006 e le 32mila del 2005. L'impegno a non promulgare mai più condoni edilizi, insieme a qualche demolizione, ha ridotto la pressione del mattone selvaggio.
In aumento gli incendi boschivi. Sono 225mila gli ettari di boschi e foreste andati in fumo, 18 le persone uccise dalle fiamme, 7 milioni e mezzo le tonnellate di Co2 rilasciate nell'aria: questo il bilancio degli oltre 10mila incendi dell'estate 2007 nel nostro Paese, quasi sempre di natura dolosa.
Estorsioni e furti di bestiame. Anche l'agricoltura è da tempo una delle frontiere per lo sviluppo dei traffici illeciti. Numerosi i casi di estorsione, ma si torna anche a parlare di abigeato, il furto di bestiame, che alimenta oggi una filiera illegale di macellazione e commercio di carni prive di controlli. Secondo le stime della Cia, la Confederazione italiana agricoltura, il giro d'affari delle cosche nel settore agricolo si attesta sui 15 miliardi di euro, con oltre cento reati al giorno.
Stabile il racket degli animali. Nessuna variazione di rilievo in questo settore, stimato dalla Lav nel 2007 intorno ai 3 miliardi di euro, tra corse clandestine di cavalli, combattimenti tra cani, traffici di fauna esotica e protetta, macellazione clandestina.
Archeomafia. Calano i furti: dai 1212 casi del 2006 si passa ai 1085 del 2007, con una flessione del 10,5%. Importanti i risultati nell'attività di repressione dei traffici illeciti di opere d'arte. Il Lazio, con 166 furti subiti, supera il Piemonte, tradizionalmente in pole position per numero di furti al patrimonio culturale.
Le Commissioni Verde e Territorio del Consiglio di Zona 3 hanno approvato il 13 maggio 2008 il progetto di riqualificazione delle aiuole centrali dell'asse Concordia-Indipendenza, presentato dall'arch. De Paola del Comune.
Il progetto prevede nel parterre centrale due piste ciclabili bidirezionali, un percorso pedonale centrale in marmo rosa di Montorfano, due aree cani tra via Menotti e via Pisacane, la chiusura della strada tra via Menotti e via Mameli con creazione di un'aiuola, un parco giochi tra via Menotti e via Castel Morrone, due campi bocce con wc verso piazzale Dateo, un campo di basket, 114 posti auto per residenti lungo il parterre centrale non a lisca di pesce, l'inserimento di alcune piante di alto fusto per completare i filari.
In Corso Cocordia i ciclisti percorreranno i viali laterali senza pista ciclabile dedicata.
I prefabbricati commerciali saranno demoliti in quanto i commercianti rientreranno nell'edificio di piazzale Dateo, che il Comune manterrà tra le sue proprietà. Il lavoro sarà appaltato in due lotti, prima la parte verso piazza Risorgimento e poi quella verso piazzale Dateo. Il primo lotto dovrebbe inziare nel gennaio prossimo.
Per il momento non si sa nulla del progetto della futura linea 4 che dovrà andare verso Linate. Potrebbe essere creata una stazione al centro di Piazza Risorgimento.
Una residente ha lamentato il fatto che le lastre di marmo di Montorfano si sporcano e si rompono, come è già successo in Piazza Risorgimento sopra il parcheggio e inoltre sono molto costose.
Il progetto sarà esaminato prossimamente dal Consiglio di Zona 3.
Durante la campagna elettorale per il Comune di Roma Gianni Alemanno ha promesso il raddoppio del Grande raccordo anulare, ma un'icona dell'ambientalismo come Carlo Petrini sostiene che il neosindaco della capitale "è un politico senza difetti". Massimo De Maio, il presidente di Fare Verde, associazione nata da uno costola del neofascista Fronte della Gioventù, mette in chiaro che "io ho quasi sempre votato Rifondazione e comunque, come spiegava Alex Langer, l'ambientalismo non è né di destra né di sinistra". Roberto Della Seta, membro dell'Esecutivo del Partito democratico e per molti anni ai vertici di Legambiente, spiega che "probabilmente dal punto di vista ecologista il programma più avanzato al mondo è quello dei conservatori britannici". "C'è grande confusione sotto il cielo, la situazione è ottima", avrebbe detto Mao Tze Tung, ma i "timonieri" dell'ambientalismo nostrano sono molto meno ottimisti.
La scomparsa dei Verdi. Nessuno tra loro pensa che fossero i Verdi a rappresentare politicamente l'ecologismo italiano e le critiche alla gestione di Pecoraro Scanio si sprecano, ma per tutti la scomparsa dal Parlamento del Sole che ride dopo oltre venti anni è stata comunque un brutto colpo, quanto meno simbolico. "Questo terremoto - osserva Della Seta - è stato un aspetto poco trattato nelle analisi post elettorali, in effetti si è chiusa una pagina".
Globalizzazione e identità. Se in molti dopo il 14 aprile ci hanno spiegato che la lotta di classe è ormai roba da libri di storia e i comunisti sono spariti da Camera e Senato perché il voto operaio è passato alla Lega, difficile trovare qualcuno pronto a sostenere che sia finita anche la questione ambientale. La riflessione di Della Seta prende la forma di un gioco di matrioske. "Il bisogno di sicurezza che ha spinto gli elettori verso destra è anche un bisogno di identità e chi minaccia l'identità è un certo tipo di globalizzazione e tra chi si oppone a questo tipo di globalizzazione c'è sicuramente l'ambientalismo".
Il Luogo dell'ambientalismo. Insomma, non sono solo l'emergenza climatica ed energetica a fare del "pensiero verde" la questione del futuro, ma anche la sfida sulla sicurezza passa per l'ecologismo. E se la sinistra in Italia non ha ancora capito l'importanza di giocare questa carta, "del saper dare risposte al bisogno di Luogo", per dirla ancora con le parole di Della Seta, la destra se l'è ritrovata tra le mani senza neppure rendersene conto.
Il peso della tradizione. Il quadro che traccia il dirigente del Pd, coautore tra l'altro del Dizionario del pensiero ecologico da Pitagora ai No global, è desolante. "Veltroni in campagna elettorale ha cercato di introdurre qualche novità importante, ma è stato timido: pesa la tradizione marxista di matrice operaista, poco attenta all'ambiente, che ha influenzato anche una parte del movimento politico d'ispirazione cristiana. Allo stesso modo la destra italiana è in enorme ritardo rispetto al resto d'Europa, dove l'ambiente è diventato un tema centrale delle campagne di leader come Merkel, Sarkozy e Cameron: qui siamo fermi all'eccezione Alemanno e a qualche riflessione individuale di Tremonti".
Riscossa dal Val di Noto? Fabio Granata nella duplice veste di dirigente siciliano di Legambiente neoeletto deputato nelle liste del Pdl dopo una lunga militanza in An, ammette il ritardo, ma è meno pessimista. "Se è vero che nel centrodestra c'è una mancanza storica di cultura ambientale, è anche vero - dice - che si sta recuperando in fretta, grazie soprattutto al ricambio generazionale: battaglie ambientaliste come quella contro le trivellazioni petrolifere in Val Di Noto viste inizialmente con scetticismo iniziano ad essere apprezzate per il loro valore localistico, per l'impegno a favore della bellezza e della qualità come prima risorsa da tutelare. Non a caso tra le cose più a lette a destra in questo momento c'è 'Pensiero meridiano' di Franco Cassano".
Un patrimonio annacquato. Valutazioni che Massimo De Maio, forte della lunga frequentazione con la destra "sociale" conferma solo a metà. "Una parte dei valori dell'ambientalismo moderno, come la lotta alla globalizzazione, la difesa delle identità locali e delle tradizioni, la critica del materialismo, fanno parte del patrimonio della destra 'storica', ma la destra attuale è solo un contenitore elettorale privo di ideali". Se la critica alla destra è spietata, non è certo a sinistra però che De Maio ha voglia di guardare. Per tutta la campagna elettorale Veltroni ha ripetuto come un disco rotto che "l'Italia deve crescere", parole che devono aver avuto l'effetto dell'orticaria su un entusiasta sostenitore del "Movimento per la decrescita felice" che "festeggia quando il Pil scende", come il presidente di Fare Verde.
Timidezza punita. Destra come sinistra, sinistra come destra e nessuno davvero ambientalista? La situazione paradossalmente è ancora più confusa e ancora una volta le contraddizioni si attorcigliano alle contraddizioni. Nella passata legislatura il verde Paolo Cento da sottosegretario all'Economia ha contribuito all'approvazione del disegno di legge per l'introduzione dell'indice di sostenibilità ambientale, una prima piccola picconata alla dittatura del Pil e della crescita ad ogni costo, ma la sinistra ha pensato bene di tenere l'iniziativa semiclandestina.
Il fattore Grillo. Probabile che il provvedimento sia destinato a rimanere l'ennesimo libro delle buone intenzioni, ma magari rivendicare questo piccolo passo avanti poteva servire a parare qualche bordata di Beppe Grillo, che dello slogan "meno-meno-meno" ha fatto uno dei suoi manifesti astensionisti. "E' fuori di dubbio - osserva ancora Della Seta - che il comico genovese abbia fatto breccia soprattutto a sinistra, ma se tutti sottolineano il contenuto antipolitico e anticasta della sua campagna, nessuno ha fatto notare che l'altra metà del suo programma è di carattere ambientalista".
Il problema della rappresentanza. L'ambientalismo insomma non è morto, fatica solo a trovare un'espressione politica all'altezza delle questioni che pone, ma anche degli orizzonti di cambiamento che dischiude. E qui le analisi di De Maio e Della Seta tornano a coincidere, ritrovandosi anche con quella di Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace. "Anche se le elezioni sembrerebbero dire il contrario, i temi ambientali sono molto sentiti tra i cittadini. Il problema non è dell'ambientalismo ma della politica. Quella italiana su questi temi è più statica persino del Vaticano, c'è un problema enorme di rinnovo generazionale del ceto politico all'interno di un Paese che è in generale fortemente restio ad assorbire e generare innovazione".
La questione della modernità. Onufrio è convinto quindi che la nuova scacchiera politica disegnata dal voto di aprile non cambierà le cose e comunque non dispera, visto che "i successi più grandi noi li abbiamo ottenuti proprio quando al governo c'era la destra". "Siamo di fronte a un problema tecnico - aggiunge - con una maggioranza meno propensa ad ascoltare le nostre ragioni, ma le tematiche ambientali restano fortissime nella società e i problemi sono destinati ad aggravarsi, per questo il nostro compito è dialogare per spiegare cosa è davvero moderno, mica penseranno davvero che nucleare e autostrade sono la modernità?".
da la Repubblica
Lascio ogni mio commento sulle elezioni alla vignetta qui sotto...









I ragazzi nella foto vivono in Inghilterra ed hanno allevato il leoncino fino alla sua "maggiore età", poi lo hanno mandato per ovvi motivi ad una Riserva Naturale in Africa.
Tempo dopo sono andati a trovarlo, i guardiani hanno detto loro che il leonenon li avrebbe riconosciuti e invece....guarda il video....
E' un pezzo di ghiaccio di dimensioni enormi: un iceberg di 41 chilometri di lunghezza e 2,5 chilometri di larghezza si è staccato dalla banchisa del Wilkins Ice Shelf, un'area che gli scienziati avevano previsto sarebbe collassata tra non meno di quindici anni. La causa dell'incredibile collasso, dicono gli esperti, è il cambiamento climatico. Ne ha dato notizia il Centro nazionale dati su nevi e ghiacci (Nsidc) dell'università del Colorado che ne ha anche diffuso le foto scattate da un satellite.
L'iceberg è grande il doppio dell'isola d'Elba e ha iniziato a staccarsi dal pack lo scorso 28 febbraio. «Questo è un segno del peggioramento del riscaldamento globale», ha detto lo scienziato David Vaughan (Servizio antartico britannico). Il gigantesco frammento che si è staccato rappresenta circa il 4% del totale del Wilkins Ice Shelf, che misura una superficie di quasi 13.000 chilometri quadrati (quanto l'intero Trentino-Alto Adige). Solo un sottile strato di ghiaccio rimasto ancora intatto impedisce ulteriori spaccature. Wilkins si trova a circa 1.600 chilometri di distanza dalla punta del Sudamerica sulla penisola antartica sudoccidentale.
Negli ultimi 50 anni si è registrato in quest'area un aumento record della temperatura con più di mezzo grado Celsius ogni dieci anni. «La banchisa Wilkins era là da almeno un paio di centinaia d'anni, ma l'aria calda e l'effetto del frangente hanno provocato il distacco», ha spiegato Ted Scambos del Nsidc. Visto che l'estate nell'emisfero meridionale è al termine i ricercatori non si attendono altri sviluppi: «Per questa stagione lo spettacolo è finito», ha detto Scambos. Negli anni scorsi si staccarono due grosse parti non molto lontano dalla piattaforma Larsen. Nel 1995 era toccato a Larsen A, un blocco di ghiaccio di 75 chilometri di lunghezza e 37 km di larghezza, nel marzo del 2002 un satellite della Nasa osservò il crollo della piattaforma Larsen B, nella zona orientale della penisola antartica, una massa di 720 miliardi tonnellate di ghiaccio disintegrate in meno di un mese.
la Repubblica